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SA STORIA

STAMPAXI

















All'amico Ciccetto



Lo dico ogni volta che mi capita una buona occasione. Come, per esempio, quando - su cortese invito degli organizzatori - partecipo alla presentazione del " Cuccurus cottus day" e poi - se il lavoro me lo consente - quando mi immergo nella eccezionale folla richiamataòdalla interessante manifestazione. Sì, lo affermo con dichiarato orgoglio di appartenenza. "Essere stampacino non è soltanto un dato che p interessare l'anagrafe comunale. E' soprattutto un sentimento. E, a seguire, è un eccezionale e prezioso patrimonio di valori, tradizioni di amicizie, di ricordi".
A Stampace ci sono nato. Tanto tempo fa. E ci sono vissuto - con la sola parentesi dello sfollamento - per oltre ventitre anni. Nato e vissuto - debbo aggiungere, non in un punto qualunque dell'antico quartiere. Infatti considero una fortuna, un privilegio che mi sia toccato in sorte il cuore di Stampace: Via S.Efisio, in un palazzetto a pochi metri della chiesa del patrono.
E' per questo - sia pure con un pò di amarezza per l'obbligato trasferimento nella parte nuova della città - che mi sento, continuo a sentirmi uno " stampacino doc " e a trovare - veramente e con profondo coinvolgimento emotivo - l'orgoglio di appartenere al quartiere nel quale Cagliari è la vera Cagliari.


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-Gianni Filippini








Stampace, piccolo mondo
di comari e vecchi barbieri




La mia Cagliari mi è rovinata addosso quando
Avevo undici anni. Atterrito da esplosioni, crolli e corpi dilaniati, nel febbraio del 1943 sono stato costretto ad abbandonare il rione Stampace e andare anch'io , fanciullo urbano, alla scoperta dell'anima contadina della Sardegna. Poi, a guerra e sfollamento conclusi, in quella Cagliari sono tornato.
Ma era distrutta e irriconoscibile. Non esisteva più. Anche molti scenari dei personali ricordi erano finiti sotto le macerie. E sono scappato di nuovo, attratto -come tanti-dalle case e dagli spazi della città nuova. La mia Cagliari ( la prima , la più vera e forse la più amata) è quindi dentro il fagottino di memoria che un ragazzino si è portato dietro, senza ne anche saperlo, il giorno della fuga drammatica sotto l'infuriare dei bombardamenti. Non è molto, spiccioli di vissute realtà oggi corrotte dalla fantasia e dai sogni, dalla nostalgia e della retorica. Come sempre accade, ricordi d'infanzia che nella maturità possono proporre bugiarde suggestioni: i pochi metri quadrati di un giardino si dilatano alle dimensioni di una foresta, il modesto sacrato di una chiesetta fa concorrenza alla piazza San Pietro. E c'è di peggio nel gioco dei ritorni a quel passato adolescenti incoscienze: certe notti di terrore,tra una sirena e l'altra, interpretate come piacevole esenzione dagli obblighi scolastici o come fantastico spettacolo- nel cielo- di fari, bengala e proiettili traccianti. Dunque la Cagliari dei tramontati Anni Trenta e all'alba dei Quaranta. La Cagliari di Stampace. Piazza Jenne, via Azuni, le strade protese verso l'ospedale civile e quelle - più larghe e luminose - verso via Roma, il porto, il mare. E i personaggi, su quel palcoscenico antico. Imponenti o tracagnotti, poveri o ricchi, seri o divertenti: una folla di impiegati e scaricatori, professionisti e commercianti, artisti e pescatori, i tanti stampacini protagonisti di piccole storie che non saranno mai scritte.
Un breve amacord è contenitore insufficiente. Soltanto un simbolo, allora, di quel mondo che poche righe non possono ridisegnare. Soltanto la via Sant'Efisio (dove sono nato e ho abitato sino al giorno della fuga) per proporre qualche lampo di immagini, qualche guizzo di sensazione.









C'era la casa della mia famiglia in quella strada. Un palazzetto che con altre due o tre costruzioni di borghese dignità interrompeva la fitta teoria di sottani.
Un gran portone, pochi piani, alti i gradini delle scale i soffitti delle stanze, niente ascensore niente riscaldamento. Finestre- nel retro- affacciate su un giardino e sul profilo alto del Castello (su quel basso, non più Stampace e non ancora Castello, ad un tratto apparivano i muri rossastri e le persiane sempre chiuse di un casa misteriosa di cui ai bambini non era lecito chiedere). Immagini di un altro mondo, a sollevare lo sguardo: le svettanti case, quasi a contatto con le nuvole, del Bastione di Santa Croce, fra la basilica e la torre Dell'Elefante; e soprattutto i finestroni decorati di quelle costruzioni: agli abitanti, già privilegiati dal vivere fra le glorie del passato, di certo garantivano un invidiato panorama mozzafiato sul are, di stagni e di monti lontani.
I sottani. I sottani di via Sant'Efisio e delle altre strade, più o meno parallele, più o meno contorte nell'affanno delle salite. Ma perché sottani? Niente italiano in quelle viuzze senza sole e senza riguardo per le imposizioni del regime. Chiacchiere, liti, imprecazioni, saluti, grida di gioia e di dolore, serenate, soprannomi, sberleffi, scherzi amabili o feroci affidati in esclusiva alla fantasia e gustosa espressività del dialetto. Is bascius, quindi, per rispettare la colorita cagliarinità linguistica soprattutto delle comari spettegolanti sui minuscoli scanni di paglia negli estivi e improvvisati salotti da marciapiede.

































STAMPACE:
L'origine del suo nome "Sta in pace"
Articolo di Paolo Matta


Qualunque sia l'origine del suo nome, se l'estremo saluto "sta' in pace" al condannato a morte, la cui testa rotolava giù dal Castello verso la sottostante Fossa di San Guglielmo, o quello di un fiero condottiero pisano, o ancora la certificazione di una serie di camminamenti sotterranei o grotte ("stampus", appunto), la storia - recente e passata - ci parla di un quartiere, Stampace, sempre attraversato da tensioni e passioni a tinte forti, degne dei suoi "cuccurus cottus" che ancora lo abitano.
Un quartiere senza pace, potremmo dire…
Un piccolo vulcano dove il fuoco mai si spegne del tutto, covando sotto le sottili ceneri di una fittissima rete di rapporti umani, di frequentazioni giornaliere e ciarliere, incoraggiate e favorite da un rione che, urbanisticamente, è forse l'unica e ultima enclave nel cuore di Cagliari.
Le sue chiese - Sant'Anna, la parrocchiale, Sant'Efisio e San Michele dei Gesuiti - continuano ad essere le "fontane" di questo microcosmo stampacino, ruotando attorno ad esse valori e tradizioni secolari assieme ad uno stile di vita che, nonostante una serie interminabile di fughe verso anonime periferie, resiste ancora nelle sue strette e odorose viuzze.
Un orgoglio stampacino, una sorta di "stampace pride" che ha il suo culmine alla sera del 4 maggio per il rientro del Pellegrinaggio di Sant'Efisio da Nora quando, davanti alla scalinata di Sant'Anna piuttosto che in Piazza Jenne, avviene il ricongiungimento della "diaspora", da tutte le contrade nelle quali il popolo dell'antico quartiere ha finito - per colpe spesso non sue - per disperdersi.
Non c'è pace dunque per Stampace.
Il nuovo commissariamento dell'Arciconfraternita di Sant'Efisio (per non dire della ingloriosa fine della GIOC) ne è l'emblema più recente ed eloquente. Il nuovo Presidente, Giuseppe Spiga, ha "resistito" appena qualche mese a tensioni e lotte intestine che, quasi senza sosta, hanno caratterizzato la vita di quest'antico e nobile sodalizio. E con la chiesa chiusa per urgenti restauri che ne stavano minando la stabilità (?) la sensazione che si vive nel rione è quella di una ferita che mai si chiude, la cui guarigione - probabilmente, magari inevitabilmente - sarà affidata ad un intervento "chirurgico" per le mani dell'Arcivescovo.
Ci sarà pace per Stampace?
Se la storia è una ruota che gira e rigira, se è una maestra di vita che quasi mai sbaglia, questo è un quartiere che deve recuperare unità di intenti, coesione di fronte ai problemi che ancora lo affliggono (traffico e viabilità, piano di recupero di via Fara, servizi…), spirito di squadra per riconquistare una dignità perduta dietro beghe da contrada.
Parrocchia, Arciconfraternita, le comunità religiose del territorio come il tessuto commerciale e artigianale debbono riprendere a parlarsi, debbono riconquistare il piacere del dialogo e del confronto, la fantasia politica di ridisegnare il futuro di questo gioiello cagliaritano.
Un briciolo di utopia per sperare ancora…

-------------------------------------------------------------------------Paolo Matta
















Is bascius, appunto. Le casseforti sempre spalancate delle virtù e dei vizi di un'umanità straordinaria. Tanti piccoli ingressi parzialmente celati dai panni stesi nel gran pavese stradale di canne, spaghi e fili di ferro. E al di là di quelle cromatiche e forzate esibizioni di camicie e calzoni, di pedalini e mutande, immagini da sottrarre alla penombra.
Una sola immagine, in fondo, e tante fotocopie più o meno sbiadite: cucina- camera da pranzo dominata dal monumentale apparecchio radio sotto il ricciolo vischioso dell'acchiappamosche appeso al lampadario; salotto pieno di letti volenterosamente e inutilmente mascherati con l'estetico contributo dei capelli biondi e degli occhi azzurri di grandi bambole Lenci ( a scuola- Elementari Satta- erano un cavallo nazionalistiche battaglie di un maestro che ogni sabato e nelle feste comandate indossava con orgoglio camicia e stivali neri. Aveva spiegato che Lenci era "l'acrostico del motto Ludus Est Nobis Constanter Industria scelto come ragione sociale da una fabbrica torinese famosa nel mondo" e imponeva ai ragazzini di tenerlo bene a mente. Almeno con me quella lontana pretesa, accompagnata dalle minacciose evoluzioni di un righello, ha avuto evidentemente successo: ho dimenticato nome e volto dell'insegnante ma ancora ricordo l'acrostico da incubo).
C'era un negozio a pochi metri della piazzetta del santo. Una botteguccia, due scafali: un bancone, il quadernetto e il lapis per segnare debiti e crediti, una donnetta sempre avvolta, d'nverno e d'estate, da uno scialle sfilacciato. Poca roba e quasi tutta per terra in quella vaga ide di market con profumo d'arance e di pane fresco, odore di vino e di varecchina, puzza di gatto e di muffa. Eppure, un "paese delle meraviglie" per i ragazzini: grandi bocce di vetro colorato con caramelle, lecca-lecca,gianduiotti, "ossa di morto" insomma tutte le tentazioni possibili per il corto destino dei pochi centesimi- tres arreales, unu soddu, mesu pezza- conquistati in un giorno di festa. Un anziano barbiere lavorava all'inizio della strada. Era in concorrenza con quello di via Azuni al quale affidavano i capelli, barba e baffi quasi tutti i professionisti della zona e che per questo sulla tariffa andava giù pesante. Così l'ometto di Sant'Efiio puntava tutto sulla specializzazione e sui prezzi bassi.







Per clienti soltanto i bambini : poltroncina rotante con testa di cavallucciu,taglio di capelli a costo differenziato e sconti per famiglie numerose; ed anche servizio gratis o a credito per chi, a suo insindacabile giudizio,aveva fatto pochi gradini della scala sociale. Ma i bambini di quella e delle altre strade erano tanti e con tanti capelli: così il povero artigiano lavorava senza soste e protestava sparando bestammie così pesanti che un prete di Sant'Anna, per non rischiare l'infarto , preferiva girare al largo.
C'erano, naturalmente, i giorni del carnevale e dell'orgoglio rionale per la rantatire, la popolare sfida ai balli-bene del Teatro Civico: C'erano gli appuntamenti con le recite del circolo cattolico (angioletti e madonnine) e con le parate del Fascio (figli e figlie della lupa). C'erano le uscite dal quartiere. Magari i viaggi, brevi e tra virgolette, per andare a scuola o al cinema, al bastione o in via Roma, al mare del Poetto o al fresco di Buoncammino. Per me un optional che oggi ricordo con commozione del " figlio d'arte": il viaggio sempre emozionante, a piedi o in tram, sino alla metà del Terrapieno, con incontri con singolari personaggi che "facevano" L'unione Sarda.
C'era…. Ecco, ho la conferma che un breve scritto è comunque incapace di raccogliere anche i pochi ricordi contenuti nel fagottino di memoria che un ragazzino si è portato dietro mezzo secolo fa. Perciò lo richiudo, il fagottino. E forse e meglio pensare che non esiste più. Come la mia Cagliari, del resto.

GIANNI FILIPPINI




I FAMOSI PUGILI DI STAMPACE





PAOLO MELIS




GIANNI ZUDDAS


LINO CARTA


LINETTO MASSA


LINETTO MASSA e GIOVANNI CARRUCCIU


SALVATORE MELIS


1922 - MICHELE MELINOTTI





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